Accudimento di animali situati nel sedime aziendale? Lavoro straordinario se disposto dall’azienda. L’inesattezza dell’adempimento datoriale. E la mancata contestazione specifica dell’esattezza della pretese economiche.

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Il caso riguarda un lavoratore di un’azienda del settore del Terziario e della Distribuzione, elettricista, con orario di lavoro pari a 40 per settimana, distribuite in cinque giorni, che con ricorso ritualmente depositato, incardinava il processo in questione per veder riconosciuto il proprio diritto alla retribuzione di un monte ore di straordinario eseguito per conto dell’impresa resistente, pur afferente a compiti diversi dalle proprie mansioni.

Difatti, l’esponente deduceva di aver svolto le predette ore per accudire, nutrire, fare passeggiare e pulire le gabbie dei 4 cani di proprietà dell’azienda, la quale convenuta in giudizio non contestava la sussistenza del lavoro affidato, ma sosteneva che il ricorrente, mosso prevalentemente dall’amore verso gli animali, si fosse reso disponibile solo durante le ore di lavoro, dunque nulla era dovuto a titolo di straordinario.

Il lavoratore, sui cui gravava la piena e rigorosa prova dello svolgimento del lavoro in eccedenza rispetto all’orario normale, forniva in giudizio l’esatta collocazione cronologica delle ridette prestazioni e l’istruttoria svolta consentiva di avvalorare la tesi attorea.

Inoltre, più in radice, l’escussione dei testi, colleghi del ricorrente, nel confermare le mansioni di accudienza espletate da quest’ultimo, sconfessavano il punto di forza della tesi datoriale, confermando a pieno titolo l’avvenuta assegnazione al lavoratore, rilevabile d’altronde anche da una nota aziendale che formalizzava tale incarico, sia pure limitato a soli 15 minuti giornalieri.

Il Giudicante riteneva raggiunta la prova dei fatti costitutivi del diritto vantato, con la conseguenza di accreditare al lavoratore le differenze retributive conseguenti allo svolgimento di lavoro straordinario per 260 ore di straordinario feriale e 156 ore di straordinario festivo all’anno, da computarsi per gli ultimi 5 anni antecedenti la proposizione della domanda giudiziaria, in osservanza del termine di prescrizione previsto dalla legge per i crediti di lavoro (prescrizione breve prevista a seguito della sentenza della Suprema Corte n. 947/2010 anche per le ore di straordinario, rientranti nei crediti periodici dell’art. 2984 c.c.).

Le appurate spettanze richieste hanno consentito al lavoratore-creditore, conformemente ai principi civilistici generali in tema di adempimento del contratto, di allegare a fondamento della propria pretesa la mera inesattezza dell’adempimento da parte del debitore-datore, il quale nel caso di specie, benché gravato dall’onere di dimostrare esattamente l’avvenuto adempimento dell’obbligazione avente ad oggetto la corresponsione del lavoro straordinario, decideva di non fornire alcuna prova a riguardo, ritenendo, come già anticipato, di non dover riconoscere alcunché perché nulla era stato dallo stesso autorizzato.

In altri termini, l’impresa resistente poneva a base del proprio inesatto ragionamento logico giuridico la negazione della sussistenza dell’an della domanda, fondandolo sulla mancata autorizzazione allo svolgimento delle mansioni, di fatto concessa, e ometteva di provare fatti estintivi della pretesa.

La questione decisiva involge i carichi istruttori tra i due soggetti del sinallagma contrattuale, ossia nelle fattispecie di adempimento mancato e in quella di adempimento inesatto: il creditore, dopo aver dato prova del titolo dell’obbligazione, può limitarsi ad allegare l’inesattezza dell’adempimento e a tale allegazione il debitore deve contrapporre la dimostrazione del fatto estintivo consistente nell’esatto adempimento.

L’altra questione di rilievo riguarda il quantum della domanda, dove l’opponente nel non contestare specificatamente i conteggi formulati, in spregio del principio generale sancito dell’art. 115 c.p.c. e di quello correlato, di cui ne costituisce un presupposto, dell’onere probatorio, ex art 2697 c.c., forniva al Giudicante un ulteriore elemento non discrezionalmente valutabile.

Si tratta di un principio il cui definitivo recepimento giurisprudenziale si è avuto con la nota sentenza n. 761/ 2002, resa dalla Cassazione a Sezioni Unite, che considera non contestati fatti esplicitamente o implicitamente ammessi ma soprattutto, e in questo consiste la grande novità riconducibile alla sentenza, i fatti sui quali il convenuto è rimasto silente.

Va detto, inoltre, che la contestazione specifica dell’esattezza delle pretese economiche ha una funzione autonoma, sebbene subordinata alla domanda di contestazione dell’an, in ragione delle peculiarità proprie del rito del lavoro, connotato da un sistema di preclusioni che consentono all’attore di conseguire, in maniera più semplice e celere, la pronuncia riguardo al bene della vita reclamato (rientra nella c.d. “concentrazione degli atti processuali”).

Ne deriva la necessarietà di una difesa seria per la puntualità dei riferimenti richiamati anche con riguardo sull’aspetto dei calcoli delle differenze retributive, ritenuto nel caso di specie erroneamente secondario e assorbito nella contestazione della domanda principale.

Rappresenta una chiave di volta giuridicamente interessante, in quanto la presenza di questo onere legale, rende pacifici e corretti i conteggi sul credito preteso e, quindi, inutile da provare, poiché non controversi, vincolando il giudice a tenerne conto senza alcuna necessità di convincersi della loro esattezza.

La mancata contestazione specifica rappresenta, in positivo e di per sé, l’adozione di una linea difensiva incompatibile con la negazione della loro correttezza.